CAVALCARE L’ONDA

L’immagine di un’onda è una metafora per indicare l’esperienza che si ha quando uno è preso da un’emozione e nota una forte spinta ad agire coerentemente con lo stato emotivo.

Le persone che si abbuffano, nel BED, nella Bulimia, o anche in assenza di un disturbo dell’alimentazione e della nutrizione conclamato, provano spesso emozioni che non sanno gestire adeguatamente. Imparare a “cavalcare l’onda” vuol dire acquisire ed applicare strategie per gestire gli stati emotivi forti senza tentare di vincerli o soffocarli.

Non è possibile eliminare le emozioni negative così come non è utile differenziare gli stati d’animo come buoni o cattivi. I sentimenti dolorosi e difficili da accettare non possono mai essere completamente evitati e giudicare un’emozione può essere importante solo al fine di comprenderne l’impatto su di sé.

Gli eventi stimolo di solito innescano le emozioni attraverso due modalità: un modo diretto, che stimola la risposta emotiva senza che il soggetto debba riflettere; un modo indiretto mediante l’interpretazione, ossia una reazione conseguente all’apprendimento passato e alle esperienze di vita. Se, ad esempio, abbiamo ricevuto critiche per aver espresso la nostra opinione, potremmo interpretare una richiesta di punto di vista da offrire come altamente ansiogena! Una volta che hanno luogo l’evento stimolo e la conseguente interpretazione, scattano automaticamente un insieme di reazioni: per questo non è possibile immaginare di reprimere e bloccare un’emozione! Il lavoro opportuno è quello di imparare a riconoscerle e regolarle per non esserne travolti.

LA PARABOLA DELLE DUE FRECCE

In quel tempo il Buddha, che dimorava presso Savatthi, si rivolse ai discepoli con queste parole: “L’incolto uomo comune sperimenta la sensazione piacevole e quella dolorosa. E anche il nobile discepolo sperimenta la sensazione piacevole e quella dolorosa. E allora qual è la differenza, qual è la distinzione, la dissomiglianza fra il nobile discepolo e l’incolto uomo comune? L’incolto uomo comune, colpito da una sensazione dolorosa, si affligge, si cruccia, si lamenta percotendosi il petto, geme, si avvilisce. Egli sperimenta due sensazioni: una corporea e l’altra mentale. E’ come se ferissero un uomo con una freccia e poi lo ferissero con una seconda freccia; certamente quell’uomo sperimenterebbe lo sensazione dolorosa di due frecce. Similmente l’incolto uomo comune, colpito da una sensazione dolorosa, sperimenta due sensazioni: corporea e mentale; colpito da una sensazione dolorosa egli manifesta repulsione e cede a questa repulsione della sensazione dolorosa. Il nobile discepolo invece, colpito da una sensazione dolorosa, non si affligge; egli sperimenta una sola sensazione dolorosa: quella corporea, ma non quella mentale. Questa è la differenza, questa è la distinzione questa è la dissomiglianza fra il nobile discepolo e l’incolto uomo comune.                                                                                                          (Samyutta Nikaya)

La parabola di cui sopra, ci insegna che non possiamo evitare tutti i problemi della vita ma siamo in grado di operare scelte sagge che ci impediscano di perpetrare nel dolore. Rispondere al dolore primario, quello avvertito in origine, con un comportamento che ci porta un dolore secondario (come un’abbuffata) corrisponde a decidere di scagliare una seconda freccia!

Allo stesso modo, indugiare nel tentativo di soffocare l’emozione dolorosa con reazioni disfunzionali, acuisce il dolore. Accettare uno stato d’animo per quanto amaro con comprensione e compassione ci accompagna dolcemente verso il depotenziamento dell’esperienza.

E’ efficace provare ad immaginare di non farsi travolgere dall’impulso come da un’onda: guardare l’onda crescere sempre di più per poi iniziare ad abbassarsi. Potrebbe sembrare che non finisca mai di crescere, in realtà si infrangerà sempre, come tutte le emozioni che, se pur molto intense, passano.

Ma perché sentiamo così tanto?

Ovvero, quali sono le funzioni delle emozioni?

E’ davvero importante arrabbiarsi, piangere, tremare e avere paura?

La parola emozione infatti, deriva dal latino emovere, cioè ex-movere, muovere fuori, portare fuori la propria reazione a spinte che esulano dal ragionamento logico perché più immediate e meno controllabili.

Le emozioni e il comportamento emotivo sono la base dell’adattamento all’ambiente in quanto risposta a stimoli interni ed esterni.

L’origine dello stretto rapporto tra cibo ed emozioni sembra risiedere nella primissima infanzia, durante la quale la bocca (intesa come cavità orale) è l’unica zona percettiva che funziona in maniera specifica dalla nascita.

Il neonato reagisce allo sfioramento delle labbra con movimenti di ricerca e di suzione. Questo comportamento, che da un lato mira a garantire la sopravvivenza, dall’altro è utilizzato dal neonato per rimuovere la tensione. Pare sia per questo motivo che neonati e cuccioli che non vengono lasciati abbastanza attaccati alle mammelle, cercano conforto nella suzione di parti del corpo facilmente raggiungibili.

Come per i bambini molto piccoli, per le persone con comportamenti alimentari disfunzionali il mangiare rappresenta una sorta di panacea che cercando soddisfazione nella bocca, vogliono ridurre le tensioni troppo forti da sopportare.

Le condotte alimentari disfunzionali hanno la funzione di rimedio provvisorio o sono stati mezzi di breve durata per regolare le emozioni (Safer, Telch, Chen 2011).

Tuttavia alleviare un’inquietudine non è dissolverla. Talvolta stare nell’emozione è il modo migliore per lasciarla andare.

Capire quando si mangia per fame o per sedare un’emozione è fondamentale per non incorrere in comportamenti alimentari disfunzionali.

Le emozioni che più comunemente vengono coperte dal cibo sono:

  • Tristezza: si cerca il cibo per consolazione.
  • Ansia: cibo per non sentire.
  • Solitudine: cibo per sostituire qualcosa che manca.
  • Rabbia: cibo per sfogarsi.
  • Noia: cibo per interrompere.

Mangiare è dunque una forma di comunicazione delle proprie emozioni. Attraverso il cibo comunichiamo a noi stessi e agli altri il nostro stato emotivo contingente, non riuscendo a farlo in altro modo.

Trovare nuove competenza in ambito comunicativo, imparare ad esprimere le emozioni anche attraverso parole e gesti, permette di non considerare il cibo come unica via d’uscita del proprio sentire.

Soltanto la responsabilità di prendersi cura delle proprie emozioni permette di dare nuove creative risposte alle sensazioni che altrimenti confonderemmo con altro.

Significati rinnovati nel nostro sentire rendono sinceri e consapevoli.

Consapevolezza e sincerità rendono liberi, e vivere il rapporto con il cibo in maniera più spontanea, senza caricarlo di eccessivo significato è il primo passo per superare la dipendenza.

Ci si considera fuori pericolo quando si è liberi di accogliere la fame con leggerezza.

Di scegliere qualcosa di leggero quando non abbiamo molto appetito.

Di gustare una fetta di torta quando ne abbiamo veramente voglia. 

Di aprire le porte al piacere senza passare attraverso la necessità di giustificarlo con un bisogno o la colpa di viverlo come superfluo.

Innalzare il livello di consapevolezza su quali sono i momenti, le situazioni e le emozioni che tipicamente vengono sedate attraverso un’alimentazione eccessiva e incontrollata è utile per mettere in atto delle strategie che aiutino a non essere travolti dall’onda ma a saperla cavalcare per stare nell’esperienza del sentimento che stiamo provando.

Per diventare maggiormente predisposti a questo tipo di sincerità interiore è utile mettere in atto strategie mirate che possono rendere più ricettivi dal punto di vista fisico e più coscienti da quello emotivo.

La tendenza ad un’alimentazione eccessiva e ansiogena può essere esacerbata da condizioni corporee specifiche a cui è opportuno fare attenzione ponendosi delle domande:

  • Condizione di malattia fisica = tendenza a distogliere consapevolezza dal proprio corpo.
  • Presto attenzione ai segnali del mio corpo?
  • Mi prendo cura del mio corpo se non mi sento in forma o tendo ad ignorarne i segnali?
  • Ricorro al cibo per soffocare dei segnali di malessere fisico?
  • Alimentazione scorretta = mangiare troppo o troppo poco affatica il corpo e lo spirito.
    • Sono sicuro di non aver ridotto eccessivamente le quantità di cibo?
    • Sono attento a bilanciare i nutrienti?
    • Ascolto le reazioni fisiche ed emotive agli alimenti che scelgo di ingerire?
  • Uso di sostanze psicoattive = caffeina, alcol, droghe e alcuni farmaci incidono sull’umore.
    • Qual è la relazione tra il mio stato emotivo e il numero di caffè bevuti?
    • Se bevo alcolici tendo ad avere più episodi di abbuffata?
    • Mi capita di eccedere nel consumo di altre sostanze al di fuori del cibo?
  • Mancanza di sonno adeguato = la stanchezza induce una maggiore labilità emotiva.
    • Mi sento stanco e mangio per avere più energia?
    • Riesco ad ottenerla?
    • Se dormo di più mi capita di avere meno fame?
  • Scarsa attività fisica = fonte di vulnerabilità in soggetti con basso tono dell’umore.
  • Da quanto tempo non faccio movimento?
  • Se faccio una lunga passeggiata come cambia la percezione del mio corpo e della fame?
  • Quando potrei ritagliarmi del tempo per muovermi di più?

Se con le aree tematiche legate alle sensazioni corporee e le domande sopra citate ci prendiamo cura di identificare l’origine possibile di alcune emozioni negative, altrettanto importante è imparare a riconoscere, focalizzare e vivere pienamente le emozioni positive che possiamo provare nel quotidiano.

  • Incrementare le esperienze quotidiane piacevoli: imparare a riconoscere i piaceri quotidiani che esulano dal cibo e ricercarle. Può essere la lettura di un buon libro, guardare il mare, indugiare in un massaggio, accendere una candela, annusare un profumo o lasciarsi accarezzare dal primo sole di primavera.
  • Costruire esperienze positive a lungo termine: trovare degli obiettivi che diano la spinta a distogliere l’attenzione dal problema contingente; situazioni per cui varrebbe la pena superare il comportamento disfunzionale.
  • Curare le relazioni: imparare a chiedere aiuto, allenarsi a preferire una telefonata con una persona calda ed empatica ad una brioche, dedicare del tempo alla comunicazione verbale esercitando il non verbale a seguirci.
  • Evitare di evitare: partecipare attivamente alla propria vita, vivere delle situazioni affrontando la paura e sperimentando l’imperfezione che è peculiarità e differenza che da valore, non arrendersi per imparare a sentire le emozioni e imparare a cavalcarle.
  • Incrementare il livello di consapevolezza rispetto alle esperienze positive: esercitarsi con la mindfulness!


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