MANGIARE LE EMOZIONI

La Food Addiction è stata spesso considerata come una sorta di automedicazione per contrastare stati d’animo negativi. Confondiamo con la sensazione di fame quel brontolio emotivo che non può essere saziato con un piatto di patatine, ma ci proviamo ugualmente. Iniziamo a confondere la noia, la solitudine, la tristezza, l’insoddisfazione con un bisogno di cibo che non ha nulla a che fare con una reale richiesta fisica.

La fame emotiva, se sedata con vettovaglie qualsiasi non lascia una sensazione di benessere e di appagamento, ma senso di colpa e vergogna che acuiscono lo stato di stress e malessere da cui si è partiti instaurando un pericoloso circolo vizioso che induce l’addiction.

Mangiare è un piacere, su questo non c’è dubbio.

Inoltre è un gesto carico di significati sociali: si mangia per festeggiare, si consumano pranzi di lavoro, si organizzano cene ufficiali. Anche gli incontri tra capi di stato prevedono momenti di convivialità gastronomica!

Il cibo è protagonista della nostra vita, non è possibile rinunciarci ed è facile abusarne poiché è economico, a portata di mano e socialmente accettato più di qualsiasi altra sostanza o comportamento legale che crea dipendenza (tabacco, alcol, gioco d’azzardo).

Nell’educazione e nell’ambiente in cui siamo cresciuti molti alimenti (spesso ricchi di grassi e zuccheri come ad esempio il cioccolato e la panna e i dolci in genere) sono da sempre associati al piacere e alla ricompensa. In tutte le case è entrato almeno una volta il mantra: “Se mangi questo (spesso cibo sano e percepito come doveroso), puoi avere quello (dolci o zuccheri sotto varie forme, considerati un indiscutibile oggetto di desiderio).

Lo zucchero può avere un reale effetto calmante, essendo equiparato a volte a sostanze stupefacenti, perché stimola i centri di ricompensa del cervello, proprio come le droghe comunemente conosciute.

Il cibo molto grasso aumenterebbe il rilascio di endocannabinoidi come la marijuana.

E’ quindi comprensibile come in situazioni di difficoltà emotiva o in momenti complessi della vita, ciò che dona piacere, come in questo caso il cibo, incentiva la coazione a ripetere e il circolo vizioso si autoalimenta.

La dipendenza da cibo, tuttavia, non è una condizione clinica ad oggi riconosciuta, poiché il cibo, di per sé, non è contemplato come sostanza d’abuso, la quale è comunemente considerata come un elemento non necessario alla vita e capace di alterare circuiti neuronali legati al piacere.

In realtà la ricerca sembra spaziare anche verso nuove possibilità d’interpretazione. Sappiamo che è possibile sviluppare differenti tipi di dipendenze da fattori diversi e in generale distinguiamo due categorie:

  • Dipendenza da sostanze: legali (tabacco, alcol o farmaci) e illegali (cannabis, cocaina, eroina, ecstasy).
  • Dipendenza da attività e abitudini: consuetudini quotidiane che possono diventare angosciosamente irrinunciabili (lavoro, pulizia, cibo, sport, shopping, computer, gioco d’azzardo).

Siamo tutti dipendenti dal cibo nella misura in cui senza di esso smetteremmo di vivere.

Tuttavia le teorie legate al concetto di Food Addiction considerano alcuni disturbi dell’alimentazione e della nutrizione come comportamenti sregolati e caratterizzati da una dipendenza da oggetto non tossico al fine di compensare stati d’animo negativi.

Secondo Armando Piccinni, neurologo e psichiatra, i criteri per stabilire la dipendenza da cibo o da altre sostanze sono sette ed è necessario che una persona risponda positivamente ad almeno tre di essi prendendo come riferimento l’arco temporale di un anno:

  1. Tolleranza: per ottenere lo stesso effetto bisogna aumentare il dosaggio della sostanza.
  2. Astinenza.
  3. Prendere una quantità di sostanza sempre maggiore o per un periodo più lungo di quanto desiderato.
  4. Sperimentare un desiderio persistente per la sostanza o l’incapacità di ridurre o di controllare il suo uso.
  5. Trascorrere molto tempo ricercando o consumando la sostanza o cercando di ridurre i suoi effetti.
  6. L’uso della sostanza interferisce in maniera importante con le altre attività.
  7. L’uso della sostanza continua nonostante le conseguenze negative.

Per quanto riguarda nello specifico la Food Addiction, possiamo identificare tre elementi in particolare:

  • La compulsione a consumare con regolarità l’elemento oggetto di addiction: la persona non riesce a iniziare la giornata se non dopo aver consumato una o più dosi dell’alimento delle sue attenzioni.
  • La perdita di controllo: anche se l’individuo è sicuro di governare il problema, anche se sarà in grado di fermarsi o di moderarsi per un certo periodo, alla fine ritornerà sempre a perdere il controllo.
  • L’uso continuo delle sostanze in questione nonostante le conseguenze negative, prima tra tutte l’obesità e le malattie metaboliche.

Cosa c’entra tutto questo con il piacere di mangiare?

Il piacere è un sentimento o una sensazione conseguente alla percezione di una condizione positiva, fisica o psicologica, che induce l’uomo in uno stato di benessere.

E’ un concetto presente nella filosofia come nella psicologia e nella psichiatria.

Se per Socrate il piacere coincideva con la virtù e per Platone con l’aspirazione morale al bene assoluto, Aristotele distingue il piacere derivante dal ‘sommo bene’ da quello legato al corpo. Con quest’ultimo si ammette il piacere fisico ma ci si avvicina anche al concetto di moderazione o ‘virtuosa temperanza’ fondamentale per ottenere appagamento, poiché l’eccesso nella ricerca dell’utile o del piacere porta al suo opposto

Con Epicuro il piacere è assenza di dolore (aponìa) e indipendenza dai desideri.

Per questo si tende a ripetere esperienze piacevoli, piuttosto che situazioni sgradevoli e insignificanti, ma quando la ricerca del piacere si fa ossessiva, l’uomo finisce per diventarne dipendente.

Per dipendenzasi intende una particolare condizione di subordinazione in cui riversa un individuo afflitto dal bisogno assoluto di assumere una determinata sostanza -come farmaci o sostanze stupefacenti- o di adottare determinati comportamenti, che si trasforma in una ricerca esagerata e patologica del piacere attraverso mezzi, sostanze e condotte che sfociano in una vera e propria malattia e che portano la persona a perdere il controllo.

Si può essere dipendenti da droghe, alcol, ansiolitici, tabacco come da qualsiasi minimo gesto, azione, comportamento, purché questo produca uno stato di felicità nel soggetto che lo mette in atto.

Il piacere e la dipendenza sono due concetti estremamente collegati tra loro: quando avviene il passaggio da uno all’altro?

Facciamo un passo indietro e torniamo alla differenza tra il concetto di desiderio e quello di bisogno.

Il concetto di desiderio si distingue da quello di bisogno per la non essenzialità dell’appagamento: chi desidera è già nella sua interezza, anche se appagando il desiderio si arricchisce; mentre chi ha bisogno si sente in uno stato di precarietà, di pericolo, a rischio di soccombere. Il desiderio prevede una maggiore capacità di reggere l’eventuale frustrazione, una possibilità maggiore di mediare con le risorse al momento disponibili, un’apertura a soluzioni creative; il bisogno parla un linguaggio più urgente e disperato, un vissuto sull’onda dell’emergenza, senza spazi di mediazione.

Il bisogno dispone a un atteggiamento rigido e ripetitivo, tende a cercare soluzioni nel già conosciuto e risponde ai criteri dell’immediatezza, mentre il desiderio è più elastico, ha più spazio riflessivo; la mancanza, essendo più tollerata, diviene generatrice di novità, origine di creatività e spinta a esprimere ed esplorare nuove risorse, nuove possibilità di esistenza.

Nel caso delle dipendenze, quando il desiderio di una sensazione di appagamento e piacere si trasforma nel bisogno insostituibile di assumere una particolare sostanza o di compiere una determinata azione, diventa prioritario su tutti gli altri interessi.

Un individuo che desidera qualcosa che lo rende felice, sa ancora cogliere il gusto e il piacere di quello che fa, ma dal momento che quel qualcosa diviene prioritario, fondamentale e imprescindibile non solo per la ricerca del benessere ma per uscire da uno stato di sofferenza, allora parliamo di dipendenza.

Questo discorso intenso ed impegnativo sulla sottile linea rossa che separa il piacere e il desiderio dalla dipendenza e dal bisogno, è utile per iniziare a fare chiarezza sui significati che sono alla base del nostro rapporto con il cibo e con le emozioni che precedono e seguono l’atto del mangiare. Torneremo più avanti sul concetto di piacere che resta fondamentale nella ricerca di un equilibrio a tavola, con se stessi e con il proprio corpo ma che spesso costituisce un meraviglioso alibi.

Proviamo a fare un esercizio.

Fai una lista di 10 cose che ti danno piacere nella vita.

Dopo averla completata, rifletti su ognuna di esse: quanto tempo le dedichi? quante volte al giorno riesci a metterla in pratica? Quando assaporti quel tipo di piacere come ti senti?

Riporta lo stesso senso di appagamento nei confronti del cibo. Quando hai messo qualcosa in bocca l’ultima volta? Che sapore aveva? Lo hai sentito nel dettaglio mentre lo avevi tra le labbra?

Il piacere ha bisogno di tempo, predisposizione e attenzione. Se divoriamo una pizza o se mangiamo un piatto colmo di pasta concentrati sulle notifiche del telefono non riusciremo a godere realmente dell’esperienza e questo non può essere piacere. Quindi tanto vale scegliere un pasto sano, equilibrato, semplice e lasciare il piacere a quando potremmo realmente goderne a pieno!

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