PRENDERSI CURA

Ho appena trascorso un nutriente weekend di crescita personale con donne meravigliose.

Sono stata accarezzata da una tramontana consolatoria e risucchiata da parole cicloniche.

Il timore di essere inghiottita da un tritacarne e la consapevolezza che le uniche parti fatte a pezzetti erano le mie convinzioni limitanti, il bisogno di controllo e l’ansia da prestazione. Almeno in parte…

In fondo ero a Monopoli, non ad Oz…

Sono concetti per me ben presenti e confinati nella mia conquistata coscienza ma che forse espongo più di quanto non rivolgo a me stessa. E autoriferiti hanno un altro sapore.

Il sapore nostalgico e amaro del ricordo; aggressivo e piccante del senso di rivalsa; il gusto dolce e triste del lasciar andare.

“Lasciar andare” è stato uno dei temi trattati in questo retreat.

“Arrendersi e lasciare andare”. E non solo.

Cosa vuol dire per te lasciar andare?

A cosa senti di esserti arresa e a cosa senti il bisogno di farlo?

Queste sono alcune delle domande a cui ho trovato una risposta.

Ho capito che mi arrendo quando dico BASTA. Smetto. Non gioco più. Non mi lascio più agganciare da situazioni che mi fanno più male di quanto mi siano realmente utili.

Amicizie, situazioni, sfide.

Vorrei arrendermi anche alle paure, alle indecisioni, alle insicurezze. Vorrei lasciar andare il controllo, il desiderio di essere considerata una brava bambina.

Non so se la mia condanna sia iniziata con le scuole elementari, quando la suora che mi insegnava disse a mia madre che ero una bambina buona, che ero un buon esempio e che avrei dovuto continuare ad esserlo.

Un’enorme responsabilità consegnata sotto forma di complimento.

Fatto sta che mi sono sentita spesso in ascolto dei feedback che provenivano da ovunque nel mondo per attribuire a me stessa un valore personale.

Secondo la Piramide di Maslow quando abbiamo soddisfatto il bisogno di cibo, di riparo, di protezione e di sicurezza cerchiamo rispetto, soddisfazione, stima.

Se cercarlo è naturale, esserne ossessionati diventa una prigione.

Non arrivare mai ad un livello di consapevolezza di sé tale da tacitare la nostra fame di consenso è un vuoto che difficilmente riusciamo a riempire. Un vuoto che ossessivamente vogliamo colmare.

E il cibo, fedele, sempre a disposizione, non giudicante, seduce come il canto delle sirene.

Ma se Ulisse ha avuto la forza di farsi legare per ascoltarne il canto senza esserne travolto, noi attiviamo un sottile controllo costante ma inefficace che ci riempie di sensi di colpa e zuccheri aggiunti.

La sensazione di cedere è direttamente proporzionale al desiderio di imbrigliare la nostra volontà. Ma non ugualmente efficaci.

Ma le sirene passano, mentre il cibo ci circonda ogni istante.

Resistere è inutile e lottare controproducente.

Per lasciare andare davvero è necessario accogliere la nostra fame, prendersi cura del nostro appetito invece che rinnegarlo.

Smettere di provare vergogna ogni volta che sentiamo una sensazione che somiglia alla fame e integrare la nostra parte insicura

E smettere di cercare.

Arrendersi.

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