QUANTE FAMI HAI?

Chi ha un rapporto particolare e contrastante con il cibo, fatto di periodi di amore e odio, si ritrova spesso a fare i conti con sentimenti contrastanti rispetto alla naturale sensazione di fame.

Riusciamo veramente a conoscere e a capire cos’è la fame?

Sappiamo cogliere la differenza tra la voglia, il desiderio di mangiare e il bisogno di farlo?

Il concetto di desiderio si distingue da quello di bisogno per la non essenzialità dell’appagamento: chi desidera è già nella sua interezza, anche se appagando il desiderio si arricchisce; mentre chi ha bisogno si sente in uno stato di precarietà, di pericolo, a rischio di soccombere. Il desiderio prevede una maggiore capacità di reggere l’eventuale frustrazione, una possibilità maggiore di mediare con le risorse al momento disponibili, un’apertura a soluzioni creative; il bisogno parla un linguaggio più urgente e disperato, un vissuto sull’onda dell’emergenza, senza spazi di mediazione.

Il bisogno dispone a un atteggiamento rigido e ripetitivo, tende a cercare soluzioni nel già conosciuto e risponde ai criteri dell’immediatezza, mentre il desiderio è più elastico, ha più spazio riflessivo; la mancanza, essendo più tollerata, diviene generatrice di novità, origine di creatività e spinta a esprimere ed esplorare nuove risorse, nuove possibilità di esistenza.

Nel caso delle dipendenze, quando il desiderio di una sensazione di appagamento e piacere si trasforma nel bisogno insostituibile di assumere una particolare sostanza o di compiere una determinata azione, diventa prioritario su tutti gli altri interessi.

Un individuo che desidera qualcosa che lo rende felice, sa ancora cogliere il gusto e il piacere di quello che fa, ma dal momento che quel qualcosa diviene prioritario, fondamentale e imprescindibile non solo per la ricerca del benessere ma per uscire da uno stato di sofferenza, allora parliamo di dipendenza.

Partendo da questa differenza, proviamo a capire che rapporto abbiamo con la nostra fame. Di solito chi ha un rapporto difficile con il cibo e i suoi significati, prova emozioni poco chiare anche riguardo alla sensazione di avere fame.

Riusciamo veramente a connetterci con la sensazione fisica della fame?

E’ per fame che decidiamo di mangiare qualcosa?

Per quale fame?

Nell’approccio della Mindfulness al cibo si distinguono ben 7 tipi di fame:

  1. La fame degli occhi: influenza la scelta del cibo e la quantità da prenderne.

Possiamo sperimentarla nelle vetrine delle pasticcerie o nel carrello dei dolci al ristorante. Sulla bellezza dei piatti stanno nascendo ristoranti e trasmissioni televisive.

Un piatto pieno induce ad essere consumato fino in fondo senza ascoltare lo stomaco perché gli occhi hanno il potere di bypassare la bocca.

Cosa soddisfa la fame degli occhi?

La bellezza! Chiediamoci cosa è bello per noi e guardiamo il mondo intorno a noi con più attenzione. Prendiamoci tempo.

Quando ci sediamo a mangiare prendiamoci il tempo di osservare ciò che abbiamo davanti. Notiamo i clori, la forma, immaginiamone la consistenza. Assembliamo con cura il nostro piatto scegliendo ciò che vogliamo prendere dai piatti da portata con attenzione e adeguatezza.

Il nostro piatto potrà essere ben riempito ma non strabordante.

Il bordo resterà libero e pulito.

  • La fame del naso: Vi è mai capitato di essere sedotti dall’odore di una panetteria? Avete mai comprato un trancio di pizza solo per il profumo? Quando abbiamo fame e l’odore coincide con un bisogno del corpo nessun problema. Ci sono però delle situazioni in cui il nostro corpo manda messaggi molto chiari di sazietà o di disagio generale e se ci lasciamo sedurre dal profumo inebriante di una pasticceria aumentiamo l’eventuale disagio percepito anziché scegliere di fare qualcosa per procurarci piacere.

L’olfatto ha un effetto primitivo e potente sulla mente inconscia poiché i nervi olfattivi sono diramazioni del cervello o perché l’olfatto è stato per secoli fondamentale alla sopravvivenza.

Nutrirsi di profumi, accendere incensi, tenere in casa candele profumate, aiuta il naso ad essere appagato e a non essere continuamente sedotto dal profumo del cibo.

Potete provare con oli essenziali: fatevi calmare dal profumo di lavanda, energizzatevi con il limone o annusate l’ylang ylang per riscoprire la vostra femminilità.

  • La fame della bocca: è il desiderio di sensazioni piacevoli nella bocca. E’ molto soggettivo e dipende dalla genetica, dalle tradizioni familiari, dalle abitudini e dai condizionamenti che ci portano ad associare il cibo a sensazioni positive o negative. Per soddisfare la voglia di sensazioni della bocca non basta mettere in bocca del cibo, masticarlo e ingoiarlo. Se vogliamo essere soddisfatti mentre mangiamo, la mente deve essere consapevole di ciò che succede nella bocca. Se vogliamo avere una festa in bocca dobbiamo invitare anche la mente (e non prediligere cibi dal sapore molto forte). Il segreto per soddisfare la fame della bocca è essere presenti alla festa che c’è!

Ricordiamoci che la fame della bocca è soddisfatta dalle sensazioni poiché è un organo di puro piacere e desiderio. Siamo nati con una bocca che desiderava cibo. Se non le concediamo il giusto tempo per sentire queste sensazioni la bocca chiederà ancora cibo. E’ necessario quindi invitare alla nostra festa anche Consapevolezza e curiosità, ed anche il più apparentemente noioso dei pasti sarà un mondo da scoprire. Masticare con calma e massaggiare il cibo con la lingua stimola la sensazione di piacere e appagamento.

  • La fame dello stomaco: Molti di noi sono convinte che la fame dello stomaco è quella che realmente ci indica quando abbiamo bisogno di mangiare. In realtà ciò è vero solo in parte.

Se da un lato il brontolio nella pancia, i morsi della fame e le onde di tensione e rilassamento chiamate peristalsi sono state utili alla sopravvivenza dell’uomo perché lo hanno indotto a procurarsi del cibo per superare quello stato spiacevole, dall’altro lo stomaco brontola quando non riceve la dose abitudinaria di cibo. Se siamo soliti mangiare ad orari stabiliti più volte al giorno, se saltiamo un pasto percepiamo la sensazione di vuoto allo stomaco. Chi è abituato a non fare colazione non lo percepisce a differenza di chi la fa ogni mattina.

Se la bocca può avere voglia di percepire sapori particolari, ricordiamoci che lo stomaco sente solo la differenza del volume con il quale si riempie e con la giusta quantità attraverso cui sentirsi a proprio agio.

L’ansia può metterci in confusione rispetto alle sensazioni dello stomaco. Può capitare infatti che il brontolio dello stomaco coincida più con un’emozione legata alla preoccupazione che non con un bisogno di cibo. In quel caso non riconoscere la richiesta reale e mangiare non fa altro che aumentare la sensazione di disagio.

Per imparare a connettersi con le sensazioni dello stomaco è importante mangiare con calma e prendendosi del tempo per valutare a che punto è lo stomaco e il suo riempimento.

  • La fame delle cellule: E’ quella che da piccoli ci faceva mangiare qualcosa o spiegare chiaramente anche senza parlare che avevamo bisogno di bere. Noi abbiamo perso la capacità di ascoltare il corpo ma lui non ha perso la sua saggezza e ci può e sa dire cosa gli serve se siamo capaci di ascoltarlo.

Attraverso la mindfulness e l’ascolto attento del nostro corpo, così come con la pratica quotidiana, possiamo comprendere se abbiamo bisogno di Sali minerali, di ferro, di vitamine o semplicemente di reidratarci. Questo è tuttavia possibile aumentando il consumo di prodotti freschi e genuini che corrispondano alle reali esigenze del nostro corpo e della sua sopravvivenza.

  • La fame della mente: si basa sui pensieri e include informazioni, numeri, istruzioni e critiche. E’ influenzata da cosa apprendiamo attraverso gli occhi e le orecchie, dalle parole che leggiamo e che nutrono la fame della mente. Si basa spesso su assoluti ed opposti: si deve o non si deve, cibi sani e cibi non sani.

Non dimentichiamoci mai una regola: IL CIBO è CIBO, IL RESTO SONO GIOCHETTI MENTALI. Per capire quanto la mente influenzi la nostra fame è stato proposto un gioco. Durante un ritiro di mindful eating, al momento del pranzo, verso la fine, è stato detto ai partecipanti che la cena sarebbe stata molto leggera. Quasi tutti si sono alzati per servirsi di nuovo. Quanti di loro avevano realmente fame e bisogno di mangiare? La mente sorpassa tutti i segnali di sazietà inviati dal corpo. 

Non dimentichiamo però che la mente non è una nemica, anzi! E’ grazie alla mente se possiamo fermare la mente stessa e ricordarci di portare l’attenzione al momento presente.

Proviamo a notare questa settimana tutti i messaggi legati al cibo che la nostra mente ci invia. Senza giudicarli o analizzarli troppo. Basta osservarli. Possiamo scriverli o semplicemente farci caso per condividerli la prossima volta. Ma cosa soddisfa veramente la fame della mente? Quella vocina che ci dice un giorno di stare a dieta e l’altro di assaggiare assolutamente un pezzo di cioccolata o di riempirci un secondo bicchiere di vino?

La mente è appagata solo se si acquieta. Quando le tante voci contrastanti si zittiscono e la funzione della consapevolezza ci riporta nel qui e ora tacitando i pensieri.

Quando ci nutriamo di consapevolezza ci nutriamo di soddisfazione.

  • La fame del cuore: Si riconosce dal potere evocativo del cibo. Da tutti i ricordi che tornano vivi quando ritroviamo un sapore dell’infanzia. E’ la madeleine di Proust:

“Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano petites madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaio di tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Cosa significava? Dove afferrarla? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me. La bevanda l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, ma con sempre minor forza, la stessa testimonianza che ionon riesco a interpretare e che vorrei almeno poterle chiedere di nuovo ritrovandola subito intatta, a mia disposizione, per un chiarimento decisivo. Poso la tazza e mi volgo verso il mio spirito. Trovare la verità è compito suo. Ma in che modo? Grave incertezza, ogni volta che lo spirito si sente inferiore a se stesso; quando il cercatore fa tutt’uno con il paese ignoto dove la ricerca deve aver luogo e dove tutto il suo bagaglio non gli servirà a nulla. Cercare? Di più: creare. Eccolo faccia a faccia con qualcosa che non esiste ancora e che lui solo può realizzare e far entrare, poi, nel raggio della sua luce. Ricomincio a domandarmi che cosa poteva essere questa condizione ignota, che non adduceva alcuna prova logica, bensì l’evidenza della sua felicità, della sua realtà davanti alla quale le altre svanivano. Cercherò di farla riapparire. Retrocedo col pensiero al momento in cui ho sorbito il primo cucchiaino di tè. Ritrovo lo stesso stato senza una chiarezza nuova. Chiedo al mio spirito di fare un ulteriore sforzo, di richiamare ancora una volta la sensazione che sfugge. E perché niente possa spezzare lo slancio con il quale cercherà di riafferrarla, tolgo di mezzo ogni ostacolo, ogni idea estranea, metto al riparo le mie orecchie e la mia attenzione dai rumori della stanza accanto. Ma quando m’accorgo che il mio spirito s’affatica senza successo, lo induco invece a prendersi quella distrazione che gli negavo, a pensare a qualcos’altro, a ritemprarsi prima di un tentativo supremo. Per la seconda volta gli faccio il vuoto davanti, lo rimetto di fronte al sapore ancora recente di quella prima sorsata e dentro di me sento tremare qualcosa che si sposta, che vorrebbe venir su, come se fosse stato disancorato a una grande profondità; non so cosa sia, ma sale lentamente; avverto la resistenza, percepisco il rumore delle distanze attraversate. A palpitare così in fondo al mio essere sarà, certo, l’immagine, il ricordo visivo che, legato a quel sapore, si sforza di seguirlo fino a me. Ma troppo lontano, troppo confusamente si dibatte; colgo a stento il riflesso neutro in cui si confonde l’inafferrabile vortice dei colori rimescolati; ma non arrivo a distinguere la forma, unico interprete al quale potrei chiedere di tradurmi la testimonianza del suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, di spiegarmi di quale circostanza particolare, di quale epoca del passato si tratta. Giungerà mai alla superficie della mia coscienza lucida quel ricordo, quell’istante remoto che l’attrazione di un identico istante è venuta così da lontano a sollecitare, a scuotere, a sollevare nel mio io più profondo? Non lo so. Adesso non sento più niente, si è fermato, forse è ridisceso; chi può dire se risalirà mai dalla sua notte? Dieci volte devo ricominciare, sporgermi verso di lui. E ogni volta la viltà che ci distoglie da ogni compito difficile, da ogni impresa importante, mi ha indotto a lasciar perdere, a bere il mio tè pensando semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei desideri di domani che si lasciano rimasticare senza troppa fatica. E tutt’a un tratto il ricordo è apparso davanti a me. Il sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (perché nei giorni di festa non uscivo di casa prima dell’ora della messa), quando andavo a dirle buongiorno nella sua camera da letto, zia Léonie mi offriva dopo averlo intinto nel suo infuso di tè o di tiglio. La vista della piccola madeleine non m’aveva ricordato nulla prima che ne sentissi il sapore; forse perché spesso dopo di allora ne avevo viste altre, senza mai mangiarle, sui ripiani dei pasticceri, e la loro immagine s’era staccata da quei giorni di Combray per legarsi ad altri più recenti; forse perché, di ricordi abbandonati per così lungo tempo al di fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – compresa quella della piccola conchiglia di pasticceria, così grassamente sensuale sotto la sua pieghettatura severa e devota – erano scomparse, oppure, addormentate, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe permesso loro di raggiungere la coscienza. Ma quando di un lontano passato non rimane più nulla, dopo la morte delle creature, dopo la distruzione delle cose, soli e più fragili ma più vivaci, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore permangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto, a sorreggere senza tremare – loro, goccioline quasi impalpabili – l’immenso edificio del ricordo. E quando ebbi riconosciuto il gusto del pezzetto di madeleine che la zia inzuppava per me nel tiglio, subito (benché non sapessi ancora – e dovessi rimandare a ben più tardi il momento della scoperta – perché quel ricordo mi rendesse tanto felice) la vecchia casa grigia verso la strada, di cui faceva parte la sua camera, venne come uno scenario di teatro a saldarsi al piccolo padiglione prospiciente il giardino e costruito sul retro per i miei genitori (cioè all’unico isolato lembo da me rivisto fino a quel momento); e, insieme alla casa, la città, da mattina a sera e con ogni sorta di tempo, la piazza dove mi mandavano prima di pranzo, le vie dove facevo qualche commissione, le strade percorse quando il tempo era bello. E come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili, così, ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di casa Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni e la chiesa e tutta Combray e la campagna circostante, tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè.

Non sono i cibi ad essere importanti quanto lo stato d’animo o l’emozione che riescono ad evocare.

La fame di questi cibi nasce dal desiderio di sentirsi amati e accuditi.

Mangiamo quando ci sentiamo soli, quando finisce una relazione. Sappiamo tuttavia che tutto il cibo del mondo non potrà saziare la nostra fame d’amore Il cuore si nutre di intimità e vicinanza, non di cibo. Ma possiamo riempire comunque da sole gli spazi aperti del nostro cuore senza ricorrere alla focaccia o ad un rapporto viziato con una persona. In fondo l’intimità di cui dobbiamo prenderci cura è prima di tutto l’intimità con il tempo presente, il dolce sapore della vera presenza.

Quali cibi scegliete di solito per saziare la fame del cuore?

Quando diventate consapevoli della fame del cuore non dovete necessariamente rinunciare al vostro comfort food! Anzi, diventa importante sceglierlo con cura. Compratene una piccola porzione (un cioccolatino, una pallina di gelato). Sedetevi e guardatelo con amore. Mangiatelo molto lentamente. Mentre ne ingoiate ogni boccone immaginate di mandarlo al cuore come se fosse un infuso d’amore!

Ora che conoscete tutte le fami, imparate ad ascoltare i loro messaggi e a dare loro un valore da 0 a 10. Ascoltatele tutte ma prendete voi la decisione finale. Pensate ad un autista alla guida di un autobus con 7 (o 9) passeggeri a bordo. Ognuno gli suggerisce come guidare o che strada percorrere. Lui ascolta tutte le richieste ma poi prende una decisione saggia, informata e compassionevole su dove andare. Voi prendetela nello stesso modo su quanto, cosa e quando dovete mangiare.

Come possiamo identificare la fame fisica (delle cellule) e riconoscere gli altri tipi di fame?

I sintomi fisici di una fame reale sono:

  • Mi gorgoglia la pancia
  • Ho un buco allo stomaco
  • Mi sento debole, priva di energia

I sintomi di una falsa fame:

  • Sono al bar e il profumo di croissant mi fa venire l’acquolina in bocca anche se ho finito da poco di fare colazione
  • Mi annoio e pilucco qualcosa per tenermi occupata senza rendermene troppo conto
  • Mi offrono dei biscotti e non riesco a resistere anche se ho già mangiato.

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