IL FATTORE SODDISFAZIONE

Soddisfazione.
Piacere.
Gusto.
Desiderio.
Persone diverse associano a questi termini sensazioni e immagini differenti.
Chi ama il cibo, così come chi lo detesta per quanta forza esercita sulla propria volontà, pensa subito a qualcosa di succulento e buono da mangiare. Molto buono.
Finché riesce a percepirne veramente il sapore.
Se il piacere è infatti un sentimento o una sensazione conseguente alla percezione di una condizione auspicabile, fisica o psicologica, che induce in uno stato positivo, la ricerca ossessiva di questo piacere diventa un modo per uscire da uno stato di disagio, non più un modo per migliorare la propria condizione di benessere. 
E’ qui che spostiamo le lancette passando dal desiderio al bisogno. Dal piacere alla dipendenza.
Come possiamo alimentare il nostro appagamento nei confronti del cibo per goderne appieno senza esserne divorate?
Io ho provato con la Mindfulness!
Portai alle labbra un cucchiaino di tè,
 in cui avevo inzuppato un pezzetto di madeleine.
Ma nel momento stesso che quel sorso
misto a briciole di biscotto
toccò il mio palato, trasalii,
attento a quanto avveniva in me
di straordinario
(Marcel Proust)
La mindfulness trae le sue origini dalla tradizione della meditazione buddista, in particolare dall’antico buddismo theravada, diffusosi prevalentemente in Asia meridionale e sudorientale 2500 anni fa.
E’ difficile dare una definizione specifica di cosa si intende con mindfulness: è un modo per riconoscere e accettare il lavoro della nostra mente, uno strumento attraverso cui essere più consapevoli, avere la possibilità di contenere l’impulsività ed essere più concentrati.
In generale possiamo esprimere la mindfulness più di quanto sia possibile descriverla.
E’ un’esperienza di presenza e di vissuto del momento presente.
La meditazione è una delle discipline psicologiche più largamente attuate, antiche e studiate del mondo. L’occidentalizzazione della sua pratica ha contribuito a liberarla da diffidenza e pregiudizi che, per mancanza di conoscenza puntuale, la relegavano a dimensione esoterica.
Coltivare la mindfulness ci porta alla consapevolezza di porgere l’attenzione al qui ed ora, ad esserci davvero, in qualsiasi cosa scegliamo di fare.
Il mindful eating è mangiare cogliendo i segnali e le sensazioni legate all’esperienza del pasto, essere consapevoli delle emozioni positive o negative che si provano e guardare i pensieri che scaturiscono dal vissuto senza giudizio.
Chiamato anche intuitive eating, è strettamente legato alla consapevolezza di sé e dei segnali che il corpo ci invia prima, durante e dopo gli episodi legati all’alimentazione, per interpretare la fame, la soddisfazione e la sazietà e codificarle nel modo più opportuno.
Mangiare ciò che si vuole diventa un esercizio di volontà: io sento ciò che è giusto mangiare nel momento presente e lo scelgo, mantenendo una sincera connessione tra il volere, l’identità dell’io che desidera e i messaggi del corpo.
Percepisco che il mio corpo ha bisogno di nutrimento.
Dimentico il condizionamento di anni di regimi dietetici in cui altri hanno stabilito cosa scegliere e quanta fame avere.
Un aspetto importante del mindful eating è il ritrovato senso del piacere, oltre che di fame e sazietà, fondamentale per tutte le persone che hanno abbandonato la ricerca di un equilibrio alimentare nell’incubo di dover vivere la propria vita con pesce scondito o barrette dietetiche.
Per provare piacere abbiamo bisogno non soltanto di un’esperienza che lo susciti, ma anche di una predisposizione personale, un’apertura che ci consenta di essere disponibili a ricevere le sensazioni nuove e soddisfacenti
Le prescrizioni dietologiche in voga, la spinta verso un ideale corporeo sempre più difficile da raggiungere, l’esaltazione della perfezione estetica come unico possibile obiettivo da perseguire, hanno messo nell’angolo l’importanza di un rapporto concreto e sensoriale con il cibo, relegandolo ad un piacere da nascondere, di cui vergognarsi.
Al contrario con la mindful eating si vuole attivare la consapevolezza in un gesto quotidiano e troppo spesso automatico, per viverlo a pieno, per goderne con tutti i sensi.
Ci si concede il tempo per sentire i sapori del cibo, per percepirne i profumi, per gustare la loro consistenza ed osservarne l’aspetto, lasciandosi sorprendere dal piacere del gusto.
Quali sono i presupposti fondamentali del mindful eating?
  1. Ricusare l’idea che la dieta possa essere una soluzione: la dieta fornisce delle regole preconfezionate rispetto a quando, quanto e cosa si dovrebbe mangiare.
  2. Onorare la fame: la fame è il modo che ha il corpo per dirci di mangiare, di procurarci uno spuntino da mettere nello stomaco prima di diventare vorace.
  3. Fare pace con il cibo: ci sono dei cibi da considerare off-limits? Ci sentiamo colpevoli per cosa o quanto mangiamo? Fare pace con il cibo vuol dire darsi il permesso di mangiare quello che più ci piace per evitare l’impulso incontrollato ad ingurgitare ciò che riteniamo deleterio dopo aver a lungo resistito.
  4. Rispettare il senso di pienezza: è importante cogliere i segnali del corpo che comunica di essere sazio. In particolare identificare il momento in cui si è piacevolmente soddisfatti: quando non siamo più affamati e il cibo che abbiamo mangiato ha perso di godibilità.
  5. Rispettare il corpo: accettare e rispettare il proprio corpo per come è adesso, a prescindere dalle forme e dalla taglia che abbiamo. E’ molto complicato respingere la mentalità di chi è sempre a dieta se si è critici in modo esagerato e poco realistico rispetto alle rotondità del proprio corpo.
  6. Onorare la salute: quando entriamo in sintonia con il gusto del cibo e con le sensazione del corpo mentre si mangia, è possibile notare come alcuni cibi facciano sentire meglio di altri. Ciò non significa che si debba rinunciare a qualche alimento, ma esattamente il contrario. Si sceglierà di mangiare saltuariamente ciò che appesantisce ma appaga il gusto mentre, nella scelta di alimenti quotidiani, saranno privilegiati gli alimenti che faranno sentire meglio e che sono poi quelli più salutari del proprio corpo.*

(*Tratto da un articolo interessante di Kerri-Ann Jennings,laureata in nutrizione presso la Columbia Universitye redattrice del Magazine “Eating Well“)

La sensazione liberatoria che si prova quando si diventa in grado di riconoscere che i propri pensieri sono semplicemente pensieri e che non coincidono né con la realtà né con chi li pensa è straordinaria. Riconoscere i propri pensieri come pensieri, permette di liberarsi dalla realtà distorta che spesso creano e di acquisire una visuale più chiara e un maggior senso di gestibilità della propria vita. (John Kabat-Zinn, 1990)

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