IL FIOCCHETTO LILLA

Venerdì scorso c’è stata la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla e in tutta Italia sono stati organizzati eventi e dibattiti per sensibilizzare, informare e confrontarsi sul tema dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione.
Da due anni, con onore e soddisfazione, sono entrata a far parte dell’associazione Nutrimente onlus che organizza laboratori, progetti e formazioni e si occupa in maniera efficace, appassionata e competente della prevenzione e del trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. 
Tanto per fare chiarezza, si chiamavano DCA (Disturbi del Comportamneto Alimentare fino al DSM IV, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) sono poi diventati DAN (Disturbi della Nutrizione e dell’ALimentazione) nel DSM V.
Come ho più volte spiegato anche nella mia Bio, (ho sempre paura di non essere sufficientemente chiara e sincera!) la mia formazione non mi consente di trattare il sintomo e la patologia. 
Al contrario io mi prendo cura della persona, del suo empowerment  e della prevenzione ai Disturbi, mentre altre bravissime colleghe si occupano del trattamento dello stesso.
Per sentirmi competente e all’altezza della situazione (l’insicurezza è sempre in agguato e la curo continuando a studiare!!!)  ho concluso proprio un anno fa un Master di 1° livello presso la Facoltà di medicina e chirurgia dell’università di Pavia per il Trattamento integrato dei disturbi dell’Alimentazione e della nutrizione con una tesi (che adoro) su 
IL CRAVING NELLA DIPENDENZA DA CIBO: UN DESIDERIO INCONTROLLABILE DI MANGIARE LE EMOZIONI
Ormai da diversi anni il mio interesse da counselor e educatrice si è focalizzato sul rapporto che lega le persone che hanno problemi di sovrappeso e obesità con i significati che attribuiscono al cibo che è, in molti casi, la croce e la delizia della loro esistenza.
La tendenza contrastata e sofferta alla sovralimentazione e l’imposizione sociale di modelli estetici caratterizzati da un corpo snello e una sottintesa forza di volontà, accompagnano gli individui con un peso superiore a quello che sembra consentito verso l’epopea delle diete dimagranti con la speranza di saltare finalmente sul carro dei vincitori e non sentirsi più spiacevolmente manchevoli a causa dello stigma di un corpo abbondante.
Tuttavia quasi mai la restrizione calorica porta al successo: l’iniziale entusiasmo che accompagna gli esordi di una dieta, quando si è ancora fiduciosi di riuscire nell’intento, il più delle volte lascia il posto a sconfortanti abbandoni, frustranti marce indietro e pesanti sensi di colpa.
I dati dimostrano infatti che nonostante la quantità ormai incontrollabile di diete, rubriche, consigli e sensazionali scoperte, la maggior parte delle persone che riesce a perdere peso lo recupera nel tempo.
Il Professor Albert J. Stunkard, una delle figure più importanti nella ricerca clinica dell’obesità e dei disturbi dell’alimentazione, nel 1958 ha pubblicato un articolo sui fallimenti della dieta, in cui ha riportato che solo il 12% dei pazienti obesi trattati in una clinica ospedaliera di nutrizione era stato in grado di perdere 9 Kg, e che solo la metà di loro aveva mantenuto la perdita di peso dopo 1 anno. A seguito di queste analisi infatti scriveva: Molte persone con obesità non sono in trattamento. Di quelle che sono in trattamento, la maggior parte non perderà peso e, di quelle che perdono peso, la maggior parte lo riprenderà”.
Qualunque siano le evidenze scientifiche, è importante tener presente che nel 90% delle situazioni, le problematiche personali o alimentari che causano un consumo eccessivo di calorie e portano al sovrappeso o all’obesità o a comportamenti disturbati nei confronti del cibo, si aprono con uno stato di dieta restrittiva, che induce il soggetto a una diminuzione dell’introito calorico e a un controllo maggiore su ciò che è consentito o meno mangiare.
Purtroppo, è frequente che dopo una fase iniziale di benessere ed euforia alla vista dei primi risultati, subentrino spesso stati d’irritabilità e depressione, ai quali la persona può far fronte in due modi: continuando la dieta e la restrizione nel tentativo di ripristinare lo stato iniziale di equilibrio e soddisfazione o cedendo alle compulsioni alimentari, incorrendo nel rischio di una scivolata che potrà diventare ricaduta o collasso.
Ciò porta di solito ad abbandonare la dieta con conseguente senso di frustrazione e forte disistima e spesso anche con un conseguente aumento di peso.
E la storia si ripete.
Ci si ripromette di prestare più attenzione, di essere più forti, di resistere alle tentazioni. Si sale sulla bilancia al mattino e si pianificano i pasti regolari e salutari della giornata. Poi, senza sapere come, ci si ritrova a ingurgitare una ghiottoneria qualsiasi, quasi senza sentirne il sapore. Rapiti dalla smania incontrollabile, ci ritroviamo con il piatto vuoto, la pancia gonfia e la testa piena di rimorsi.
Il rapporto con il cibo rischia di diventare conflittuale, difficile, non regolato dalle sensazioni di fame e sazietà ma dal tentativo di controllare il proprio corpo, i propri desideri, le emozioni…
Rischia di diventare una dipendenza.
Le caratteristiche che connotano alcuni tipi di comportamento alimentare ricalcano infatti quelle tipiche di chi abusa di altre sostanze, come la compulsione verso il bisogno di compiere un determinato atto e l’incapacità di resistere a quest’impulso.
La tensione emotiva crescente: il craving, che precede l’inizio dell’atto compulsivo. Il passo seguente è lo svolgimento di tale atto, con la tensione che si allenta progressivamente mentre viene raggiunto l’appagamento (Piccinni, 2012).
Tuttavia la dipendenza da cibo non è una condizione clinica riconosciuta, poiché il cibo, di per sé, non è contemplato come sostanza d’abuso, la quale è comunemente considerata come un elemento non necessario alla vita e capace di alterare circuiti neuronali legati al piacere.
Siamo tutti dipendenti dal cibo nella misura in cui senza di esso smetteremmo di vivere.
In realtà oggi sappiamo che è possibile sviluppare differenti tipi di dipendenze da fattori diversi.
In generale distinguiamo due categorie:
  • Dipendenza da sostanze: legali (tabacco, alcol o farmaci) e illegali (cannabis, cocaina, eroina, ecstasy).
  • Dipendenza da attività e abitudini: consuetudini quotidiane che possono diventare angosciosamente irrinunciabili (lavoro, pulizia, cibo, sport, shopping, computer, gioco d’azzardo).

Ma quando smettiamo di essere motivati dal sano e sacrosanto principio del piacere e iniziamo ad essere schiave della dipendenza?

Una delle convinzioni su cui baso gran parte della mia campagna personale di sensibilizzazione e liberazione del corpo femminile da etichette e giudizi crudelmente gratuiti è questa: possiamo desiderare di essere più belle, più magre, più intelligenti (magari!), più colorate, con i capelli ricci o lisci, biondi o blu. E per tutte può esserci una strada che conduce lentamente verso il raggiungimento o l’avvicinamento al risultato ambito. Il presupposto fondamentale, il motore che muove il sole verso il nostro personale paradiso può partire soltanto dall’accettazione amorevole e non giudicante di ciò che siamo oggi. Trarre ispirazione e  forza per migliorare 0 cambiare qualcosa che non ci rende pienamente felici dalla percezione del nostro valore generale come persone favolose e non dalla frustrazione di non essere esattamente come pensiamo di volere. O di dovere.

Da questa consapevolezza possiamo tirare fuori le nostre risorse e decidere con fiducia cosa vogliamo migliorare in nome di un desiderio personale che esuli completamente dall’opinione comune.

Fino a quando i nostri desideri di miglioramento avranno come motivazione iniziale e obiettivo finale un riconoscimento esterno, un tentativo di omologazione a canoni estetici imperanti e spesso irraggiungibili non troveremo mai il piacere e la soddisfazione ma la dipendenza e la sofferenza. 

Non è facile, lo so. Ma credo che queste considerazioni non viaggino più su binari solitari. C’è fermento in giro…

i tempi stanno cambiando

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